Poesie

Le mani delle donne

Le mani delle donne sono morbide
per accarezzare e per cullare
mani calde
per consolare e confortare
mani forti
per sorreggere
mani delicate
per curare corpi fragili
mani abili
per accudire e lavorare
le mani delle donne sono dure
per ammonire e per difendere
le mani delle donne
ti mostrano la strada
e nelle bufere ti sostengono
le mani delle donne
quando è l’ora
ti chiudono gli occhi,
prendono le tue
e per un poco
ti accompagnano.

 

Angelo custode

Ti ho sentito accanto dal mio primo vagito
custodire i miei passi minuto dopo minuto
nei mesi negli anni vegliare il mio sonno
accompagnare i miei giorni
serena presenza colmare
la mia solitudine quieta
sorreggermi quando esausta
volevo appoggiarmi a te
e lasciarmi cadere
mostrarmi l’arcobaleno
dietro la tua veste nera fatta di nulla
unico angelo di tutti i miei giorni
fino all’ultimo scritto nel destino
quando nell’ombra
terrai la mia mano terrò la tua mano
custode e compagna della mia vita
sorella morte.

 

Neve in città

Il progresso va a rilento
sulle strade innevate
l’irrazionalità e la spontaneità
lanciano palle di neve
l’indaffarata serietà
lascia solo le sue orme
cancellate dai fiocchi.

 

Ombra

M’illumino di te
anche se resto nell’ombra
impercettibile a te
ti seguo col pensiero.
Ovunque.

 

Resa

Ho perduto tutte le guerre
e sono rimasta prigioniera dei sogni,
la realtà mi tortura
perché non è fatta di te.

 

Assedio

Ho lottato disperatamente
per non pensare più a te
è bastato un tuo sguardo
ad incenerire le mie difese
fra i tizzoni che mi bruciano
ho firmato la mia resa.

 

Testamento

Ora che siamo grandi
non c’è tempo per sognare.
Le mille farfalle di ieri
mulinellano stanche
come foglie cadute.
Il primo vagito dell’uomo
ha ucciso l’imberbe poeta.

 

Attesa

Le rosse cifre
dell’orologio al quarzo
inciampano sul lento
incidere del tempo.

 

Tutti dormono sulla collina
(Antico cimitero ebraico)

Sulla deserta collina
lapidi antiche silenti
vegliano morti dimenticati
un fiore turchino di campo
come un occhio di cielo
solo si erge e si inchina
a sussurrare alle ombre.

 

Bimbi in guerra

Ambarambà cicì-cocò
Questa bomba a chi la do
La darò all’uomo in nero
Che mi ha fatto prigioniero.
Passin Passetto
Il cecchino è sul tetto
La mitraglia sulla cima
Di quell’alta collina.
An ghin gò
Un rifugio troverò.
Tre gattini e una gattina
Un aereo si avvicina
Giro girotondo
Gira tutto in tondo
Casca il mondo
Casca la terra
Tutti giù per terra.

 

Ninna nanna

Ninna nanna ai bimbi amati
Che i loro sogni siano ascoltati
Ninna nanna ai bimbi affamati
Che il giorno arrivi e li veda saziati
Ninna nanna ai bambini malati
Che il tempo li renda presto sanati
Ninna nanna ai bimbi sfruttati
Ai bimbi abusati, vessati, umiliati
Ninna nanna ai bimbi soldati
Il sole cancelli il dolore e la guerra
Ninna nanna ai bimbi partiti
Che sia breve il viaggio e lieve la terra.

 

Papaveri

Incendiano i prati
i papaveri rossi,
danzano con vaporose
vesti vermiglie
un gioioso flamenco
suonato dal vento.

 

Sedici anni

Piccole allodole incantate di sole,
capriole di cuori sui prati
infiorati di sogni radiosi,
dolce struggimento di giovinezza,
barbagli di sole su lacrime inspiegate,
sguardi trasognati in volo nel cielo
seguendo intrecci di rondini
ubriache di primavera,
strette dolci nel petto,
sorrisi sognanti inondati di maggio,
pensieri aerei e fuggenti,
voglia di amare l’amore.

 

Anno nuovo

Anche l’ultimo giorno
è consumato
e i pensieri inseguono le ore
su fili perlati di malinconia
dolci si susseguono le immagini
come cieli di nubi
candidi nella notte
volteggiano insieme
sogni e ricordi
piovono speranze
come stelle
di lacrime cadenti.

 

Giorno di primavera

Alba tinge il buio
di rosa e di oro,
nel fiume brilla
e si specchia;
l’acqua scura
si sveglia e rischiara.
Azzurro e opale il cielo,
rosa e iride Aurora,
si desta la terra,
rilucono al primo sole
le sue lacrime di rugiada.
Su colline vestite a festa
di verdi smaglianti,
processioni di alberi in fiore
seguono nubi veloci
in un cielo aggrondato,
rincorrere il vento.
Nembi di cielo trafitti
da un tramonto di fuoco,
la tempesta si acquieta,
la terra si raggomitola
nella pace del sonno.

 

Ultimo atto

Al regista nascosto
di questa commedia
dramma, farsa, tragedia
una partitura breve
che ho amato e inseguito
per quest’ultimo atto lo prego
che possa essere lungo
svelato e commosso
di saluti sereni e di adii
oppure un baleno di luce fugace
fulmine inconsapevole
privo di dolore e d’angoscia
o il sonno che scende nel nulla
come un sipario che cala
sul palco immerso nell’ombra.

 

Langhe

Verdi colline
declivi aspri e dolci
sciabordio di vento
su onde di viti
fenditure ombrose
cupe di boschi
come grembi di donne.
Terra madre
dura e generosa
dorata di sole
imbronciata di nubi
vegliata da masche
discrete e benigne.

 

Vacanza

Mi crogiolo nella noia
accarezzando beata
il mio languido tedio
guardando il cielo
dove ho sciolto gli aquiloni
dei miei liberi pensieri
conversando con me
nel tranquillo silenzio.

 

Perseidi

Strascico di comete
lustrini abbandonati
nel cielo infinito
piogge di stelle cadenti
che accendono i sogni
e nel buio si spengono.

 

Scenari di Primavera

Sul palco di Primavera
un girotondo di fiori,
dietro il sipario d’erba,
riflessi d’acqua.
La cascata un velo di tulle,
il biancospino candida corona,
Natura danza nel bosco,
nella sua veste nuova.

 

Monte Canino – Fontanone del Goriuda

Il cielo si scioglie nell’acqua,
insieme si fanno cascata
che cade nel lago turchino.
Il sangue dei fanti
è corso via nel torrente
e lo scroscio ha coperto
spari, pianto e lamenti.
Pace e tempo han lenito i dolori
e l’acqua ha ripreso il suo canto.

 

Coccinella

Rorida di rugiada
cammina la coccinella
sul filo di una rosa.
Porta sul dorso
il peso lieve
di una goccia
che imprigiona
l’immagine di un fiore.

 

Autunno

Durate e brunite
le foglie del colle
rischiarano il cielo
di piombo.
Volteggiano al vento
stendardi
di giostra giocosa
sull’immoto castello.

 

Ciclo delle stragi – Atti primo o della Terra violata

Vajont
Incombeva la diga imponente
sull’acqua del fiume sbarrato
sul lago, sul fragile monte fiaccato.
Apriva crepacci la terra ferita
lanciava singulti e crepiti sordi
senza scalfire il sordo silenzio
di colpevoli cieche vedette.
La pioggia d’ottobre e la notte
sentirono l’urlo del monte violato
la furia dell’acqua scacciata
fu pugno di maglio feroce e boato
quindi fu il fango pietoso sepolcro
su vite, su cose, sulla valle sventrata.

Vennero dopo altre tragedie
morti, stragi, sciagure
colposamente causate
o volute, inseguite, cercate.
Per noi fu processo, sentenza e riscatto
per altri soltanto il mesto ricordo
degli affetti rimasti e rituale cordoglio
e una rete di trame intricate
tessute a coprire colpe e memoria.
Sono morti insepolti
tra vivi dormienti
percorrono erranti il tempo e la storia.

 

Ciclo delle stragi – Atto secondo o dei giochi di guerra

Volo ITAVIA IH870 Bologna-Palermo 27 giugno 1980
Era d’estate, quasi al tramonto,
l’aereo solcava l’azzurro infinito,
sommesso, il ronzio dei motori
cullava dialoghi pigri e sonni leggeri.
Fulmineo, uno schianto,
a spegnere il giorno,
incendiare il cielo di giugno,
riempire di gelo il sole e la sera.
Fummo schegge impazzite
disciolte nel vento
e poi pioggia nel mare profondo,
farfalle inghiottite
in tele di ragno sottili e segrete,
pedine di giochi nascosti,
prigionieri di labirinti intricati,
con pareti di specchi deformi.
Siamo stati nel mondo
tanti e ciascuno,
fummo per sempre, da allora,
nessuno.

 

Ciclo delle stragi – Atto terzo o delle stragi deliberate.

Stazione di Bologna 2 agosto 1980
Nella sala d’attesa deserta
lo sguardo corre alla lapide muta
percorsa da nomi che celano storie
leggerli tutti è una lunga preghiera
il silenzio rivela presenze e sussurri.

Era un giorno festoso d’agosto
improvviso assordante
un boato
e fummo polvere e sangue
e frammenti infiniti nel cielo
non udimmo pianti grida sirene
né mani scavare le pietre
di muri sventrati
fu buio sul sole d’agosto
e deserto silenzio.

Compivo pochi anni quel giorno
e altri il tempo ne aggiunse
ognuno porta un pensiero
ai molti che da quel giorno
più non ebbero giorni.

 

Ciclo delle stragi – Atto quarto o del crimine organizzato.

Sfortunato il Paese che ha bisogno di eroi
Sapevamo di essere soli,
di camminare su un filo sottile,
sospeso su un destino di morte,
schiera sparuta decisa a servire
etica, legge, ordinaria decenza;
sapevamo di giocare
partite truccate con carte coperte,
decifrare ruoli doppi
di travisati giocatori.
Continuammo a camminare sul filo
non per incoscienza, non per arroganza,
ma per un Paese normale, solo normale,
dove lo Stato è uno solo
non ha servitori con maschere doppie
non tratta con propri simulacri deformi.
Chi ha paura muore ogni giorno,
chi usa coraggio una volta soltanto
e quando, inesorabile, per noi venne il giorno,
la morte vestì il volto orrendo del fuoco,
del lampo, del tuono, del buio e del gelo.
Furono cordoglio, funerali solenni
espressioni contrite e tributo agli eroi.
Noi non tenevamo essere eroi,
solo onorare il dovere,
veder crescere figli, cullare nipoti,
invecchiare sereni coi nostri compagni,
respirare aria fresca
in un Paese normale.